Un risultato straordinario per Denis Valeri, che ha tagliato il traguardo dell’ICON Livigno Xtreme Triathlon in 7ª posizione assoluta nella classifica con arrivo a Plaza Placheda, primo tra gli italiani, con un tempo totale di 18:38:07.
![]()
Giunta al suo decimo anno, l’edizione 2026 dell’ICON Xtreme Triathlon è considerata la prova più dura dell’intero XTRI World Tour, il circuito internazionale che riunisce i triathlon estremi più iconici del pianeta. La gara ha preso il via all’alba di venerdì 4 settembre con i 3,8 km di nuoto nelle acque fredde del Lago di Livigno, per proseguire con una frazione ciclistica di 171 km e circa 5000 m di dislivello – il percorso è stato modificato all’ultimo momento a causa di problemi legati a permessi di transito nel territorio Svizzero – e concludersi con una maratona di 42,2 km che da Trepalle sale fino ai 3.000 metri di Carosello 3000, l’arrivo più alto di tutto il circuito XTRI. Oltre 5.000 metri di dislivello complessivo per una delle sfide più estreme dell’endurance mondiale.
In questo scenario alpino durissimo, Denis Valeri ha disputato una gara solida e regolare, gestendo con intelligenza le tre discipline e le condizioni proibitive di quota e temperatura, per tagliare il traguardo del Finish2 Plaza in 18 ore, 38 minuti e 7 secondi, issandosi al 7° posto della classifica assoluta e conquistando la piazza d’onore tra tutti gli atleti italiani al via.
Il percorso di Valeri, sia sportivo che umano, è un inno alla resistenza e alla tenacia. La descrizione che ha dato della sua gara, di quello che ha rappresentato e delle persone che lo hanno sostenuto – figure fondamentali come sa ogni atleta di sport di resistenza estrema ma non solo – non sono la mera descrizione di una prestazione sportiva enorme ma anche un esempio di come la motivazione e la vicinanza attiva dei propri affetti possano far compiere imprese inimmaginabili. Ecco come l’atleta ha descritto questa esperienza: “La mia ICON Livigno: un viaggio oltre ogni aspettativa. Quando mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza alla ICON Livigno, la prima cosa che mi viene da dire è che è andata molto, molto meglio di quanto avessi immaginato. Sono arrivato alla gara con tanti dubbi e con il rispetto che una prova del genere merita. Alla fine, però, sono riuscito a portarla a termine con un risultato che mi ha lasciato davvero soddisfatto. E se oggi posso raccontare questa esperienza, devo soprattutto ringraziare una persona: mio figlio Stefano. Stefano è stato con me prima, durante e dopo la gara. È stato un supporto fondamentale, non soltanto dal punto di vista pratico, ma soprattutto morale. Nei momenti difficili c’era, e sapere che lui era lì ad aspettarmi e a incitarmi mi ha dato una forza che difficilmente riuscirei a spiegare.
Le 3:30 del mattino: la gara è iniziata molto prima delle 5:00. Alle 3:30 eravamo già tutti fuori dal lago di Livigno per il ritrovo e la consegna dei GPS da parte dell’organizzazione ICON, che avrebbero permesso di seguire gli atleti durante tutta la gara.
Poi la zona cambio, gli ultimi preparativi e quell’attesa che sembra non finire mai.
La tensione, in questi momenti, è altissima. La notte precedente praticamente non avevo dormito. A dire il vero, nei due giorni intorno alla gara avrò dormito complessivamente forse tre o quattro ore. Sei lì, provi a riposare, ma la testa continua a pensare alla gara: a quello che dovrai affrontare, ai tempi, alla possibilità di riuscire ad arrivare fino alla fine.
Alle 5:00, finalmente, si parte.
Il nuoto: 3,8 km al buio
Il lago di Livigno ci accoglie con una temperatura esterna di circa 4 °C e un’acqua a 13 °C. Davanti a noi ci sono 3,8 km di nuoto. Il percorso, in quelle condizioni di buio, non era semplicissimo da seguire. Le boe erano illuminate, ma riuscire a individuarle con precisione non era sempre facile. Eravamo più di 200 atleti e, soprattutto nei primi momenti, ci si ritrovava continuamente a cercare la direzione. Il percorso prevedeva un giro in senso antiorario, con le prime boe da seguire e poi un lungo tratto praticamente rettilineo, fino al ritorno verso la riva. I primi 500 metri sono stati probabilmente i più difficili. Entrare nell’acqua a quella temperatura mi ha mandato subito in affanno. Ho dovuto cercare di controllare la respirazione e aspettare che il corpo si adattasse. Poi, piano piano, ho trovato il ritmo. Ogni tanto, però, ero costretto a fermarmi per cercare le boe. Anche gli occhialini mi hanno dato parecchi problemi: lo sbalzo termico li faceva appannare continuamente e dovevo fermarmi, bagnarli e rimetterli. E poi c’erano i rami che galleggiavano nel lago e che, al buio, diventavano praticamente invisibili. Negli ultimi 800 metri circa ho iniziato ad avere anche qualche crampo ai polpacci, probabilmente dovuto soprattutto al freddo. Non è stato un nuoto veloce. Il mio cardiofrequenzimetro ha registrato circa 1 ora e 33 minuti. Ma quando sono uscito dall’acqua ero comunque contento: avevo superato il primo ostacolo. E soprattutto, appena uscito, ho visto Stefano. Il freddo, però, mi aveva presentato il conto. Una cosa che probabilmente ho sottovalutato è stata proprio la temperatura. Col senno di poi, avrei sicuramente utilizzato guanti e calzari in neoprene. Ero talmente infreddolito che tremavo completamente. Una volta tolta la muta, nella zona cambio, avevo le mani così fredde che facevo fatica persino a infilarmi i calzini per la bici. Ed è stato ancora una volta Stefano a darmi una mano. In quei momenti capisci quanto sia importante avere qualcuno accanto.
Mi sono cambiato, ho indossato tutto il necessario per affrontare la bici e ho fatto anche un rapido pit stop in bagno. Poi via. La parte più lunga e impegnativa della gara stava per cominciare.
La bici: tutto secondo il piano
Il percorso ciclistico era cambiato rispetto a quello che avevo studiato inizialmente, ma nei giorni precedenti avevo cercato di prepararmi soprattutto mentalmente. Avevo studiato le salite, le pendenze, i vari passaggi e avevo cercato di costruirmi una sorta di piano mentale per affrontare la giornata. Siamo partiti affrontando Passo Eira e Passo Foscagno, per poi scendere verso Bormio. Da lì arrivava il primo grande appuntamento: lo Stelvio. La mia idea era molto semplice: non farmi prendere dalla gara, non esagerare e soprattutto gestire le energie. E devo dire che, nella parte ciclistica, sono riuscito a farlo molto bene. Non è stata improvvisazione: è stata soprattutto preparazione. Avevo cercato di capire in anticipo dove spingere, dove rallentare, come affrontare le diverse pendenze e soprattutto dove conservare energie. Il percorso era stato modificato, ma la preparazione mentale fatta nei giorni precedenti mi ha permesso di adattarmi. La bicicletta, quel giorno, non doveva essere una gara contro gli altri, doveva essere una gara contro me stesso. E ogni chilometro percorso significava avvicinarmi un po’ di più all’obiettivo che mi ero dato: arrivare fino alla fine. Dopo il primo passaggio sullo Stelvio iniziava la lunga discesa verso Prato dello Stelvio, lungo i famosi 48 tornanti. Ma a Prato dello Stelvio il percorso non era finito. La modifica del tracciato ci aveva consegnato un tratto interminabile di cambi di ritmo: pianura, discesa, lunghi allunghi, poi il giro di boa e il ritorno. Ed era proprio lì che sapevo mi aspettava la parte più dura della bicicletta. Bisognava risalire ancora una volta verso lo Stelvio, affrontando tutti i 48 tornanti in salita. Li avevo studiati, conoscevo la strada e le pendenze. Ma una cosa è osservare una salita sulla carta, un’altra è affrontarla dopo tanti chilometri, con le gambe già svuotate e la fatica che comincia a farsi sentire in ogni gesto. È stata durissima. In quei momenti Stefano è stato fondamentale. Mi incitava, mi dava forza, mi ricordava di non sprecare energie e, soprattutto, mi faceva capire che il traguardo era ancora possibile. Io continuavo a pedalare. Un tornante alla volta. Un respiro alla volta. Quando finalmente sono arrivato in cima, ho provato una sensazione difficile da descrivere. Non era soltanto sollievo: era la consapevolezza di aver superato il punto in cui, fino a poco prima, tutto sembrava poter crollare. Ero arrivato in vetta ampiamente dentro i tempi limite che mi ero prefissato. La parte ciclistica non era ancora finita, ma il momento più difficile era alle spalle. Dallo Stelvio sono ripartito in discesa cercando di sfruttare ogni chilometro e ogni secondo. Dovevo affrontare nuovamente la discesa e poi il Passo Foscagno, prima di arrivare a Trepalle. Sapevo che la bici stava entrando nella sua fase conclusiva e che ogni minuto guadagnato avrebbe potuto fare la differenza nella corsa. Ho provato ad alzare la media, spingendo nei tratti favorevoli e lasciando correre la bici nelle discese. Non avevo più molto da conservare. L’obiettivo era uno solo: arrivare il prima possibile in zona cambio, con abbastanza tempo e abbastanza energie per affrontare la corsa e portare a termine la gara.
E poi arriva il trail
Sapevo che la corsa sarebbe stata un trail. Quello che non immaginavo era quanto sarebbe stato tecnico. Pensavo a sterrati e sentieri relativamente scorrevoli. Invece mi sono trovato davanti a tratti che entravano nel bosco, sentieri stretti, irregolari, pieni di passaggi difficili da leggere e da affrontare dopo una giornata già così lunga. E lì ho commesso anche un errore: sono partito dalla T3 senza la pila frontale. All’inizio non sembrava un problema. Poi la luce ha iniziato a diminuire e il percorso è diventato sempre più difficile da distinguere. Intorno al quindicesimo chilometro mi sono trovato in alcuni tratti praticamente al buio. Facevo fatica a capire dove passasse il sentiero, dove mettere i piedi, quale fosse la traiettoria più sicura. Sono stato costretto a rallentare molto, procedendo con cautela e cercando di non perdere il percorso. La fatica era già enorme. A quella si aggiungeva l’incertezza. A quel punto ho capito che avevo bisogno della lampada. E ho pensato subito a Stefano.
Il secondo ristoro
Gli ho telefonato e, per fortuna, al secondo ristoro, intorno al ventesimo chilometro, Stefano mi ha fatto trovare la pila frontale. In quel momento non mi ha dato soltanto una lampada. Mi ha restituito la possibilità di vedere il percorso e di continuare con un minimo di sicurezza. L’ho presa e sono ripartito. Con la luce davanti a me ho potuto finalmente leggere meglio il sentiero e ritrovare un ritmo più regolare. Non era più facile, ma almeno sapevo dove stavo andando. Ho continuato così, chilometro dopo chilometro, fino ad arrivare a Plaza Placheda. Quando ho visto quel punto ho capito che il traguardo era davvero vicino. Non era ancora finita. Ma ormai non potevo più fermarmi.
Una gara cambiata all’ultimo momento
Questa ICON Livigno è stata particolare anche per un altro motivo. Il percorso ciclistico originale prevedeva circa 195 chilometri e 4.500 metri di dislivello. A causa di problemi legati alle autorizzazioni per il passaggio in Svizzera, il tracciato è stato modificato appena un giorno e mezzo prima della gara. Il nuovo percorso era più corto, circa 171 chilometri, ma il dislivello aumentava fino a superare i 5.000 metri. Meno chilometri, quindi, ma una gara ancora più severa dal punto di vista altimetrico. In una prova così lunga, cambiare percorso all’ultimo momento significa dover rimettere in discussione strategie, ritmi e gestione delle energie. Per questo la preparazione è stata ancora più importante: conoscere il percorso, studiare le pendenze, capire quando spingere e quando invece avere pazienza. Ma, oltre alla preparazione fisica, serviva anche la capacità di restare lucidi quando la gara prendeva una direzione diversa da quella immaginata.
Una grande rivincita
Alla fine sono riuscito a portare a termine tutta la gara: 3,8 chilometri di nuoto, circa 171 chilometri di bicicletta con oltre 5.000 metri di dislivello e circa 40 chilometri di trail running.
Ma quei numeri, da soli, non raccontano davvero cosa abbia significato per me arrivare al traguardo. Questa gara è stata una rivincita personale. Nel 2014-2015 ho attraversato un periodo molto difficile a causa di una rara malattia osteomielitica che ha colpito la schiena e le vertebre. Per un lungo periodo sono rimasto praticamente immobilizzato. Ho dovuto portare un busto e, per quasi due anni, non ho potuto fare quasi nulla. In quel momento la mia vita era diventata molto più piccola. Le giornate erano scandite dai limiti del corpo, dalle cure e dall’attesa. Non avrei mai immaginato di poter tornare a fare sport a quei livelli, tanto meno di trovarmi sulla linea di partenza di una gara come la ICON Livigno. E invece, anni dopo, ero lì. Stanco, dolorante, spesso in difficoltà, ma ancora in movimento. Per questo non penso soltanto al tempo o alla classifica. Penso a tutto quello che c’è stato prima: agli allenamenti, ai dubbi, alle paure, ai giorni in cui il corpo non rispondeva come avrei voluto e a tutte le volte in cui ho pensato di non essere pronto. Arrivare fino in fondo non ha cancellato ciò che ho passato. Ma mi ha ricordato che quella storia non finiva con la malattia. E in ogni momento della gara, soprattutto quando la fatica sembrava avere il sopravvento, ho pensato anche a Stefano. Grazie, Stefano: se sono riuscito a portare a termine questa gara, una parte enorme del merito è sua. Stefano è stato presente in ogni fase: prima della partenza, dopo il nuoto, durante la bicicletta, nei momenti più duri dello Stelvio e poi ancora lungo il trail. Mi ha aspettato. Mi ha incitato. Mi ha aiutato quando ero infreddolito nella prima zona cambio. Mi ha fatto trovare la pila frontale quando ne avevo bisogno. Ma soprattutto mi ha sostenuto quando io facevo più fatica a farlo da solo. In una gara così lunga ci sono momenti in cui il corpo chiede di fermarsi e la mente comincia a cercare una giustificazione per farlo. In quei momenti sapere che qualcuno ti sta aspettando, che crede in te e che continua a vederti capace di arrivare fino in fondo può cambiare tutto. Per questo, più di qualsiasi altra cosa, voglio dire: Grazie, Stefano. La ICON Livigno non è stata soltanto la mia gara. È stata anche un pezzo del nostro viaggio insieme, fatto di attese, telefonate, incoraggiamenti e piccoli aiuti che, alla fine, hanno avuto un peso enorme. Dopo tutto quello che ho passato, arrivare a quel traguardo è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita sportiva. Non perché abbia dimostrato qualcosa agli altri, ma perché, per un giorno, ho potuto guardare indietro e capire quanta strada avevo fatto. Una vera rivincita.
Be motivated. Stay competitive.”
Un risultato che conferma il valore e la preparazione dell’atleta, capace di competere ai massimi livelli in una delle gare di triathlon extreme più dure e affascinanti al mondo, e che rappresenta un motivo di grande orgoglio per tutto il team.

